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Settembre in bianco e nero - Parte 2
Tre film consigliati per voi dal vecchio cinema di ieri, ancora oggi più vivo e vero del cinema di oggi
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Seconda parte con questo nostro appuntamento e un altro trittico di consigli sul cinema di un tempo in bianco e nero, film che hanno a oggi la bellezza di 60 o 70 anni ma che "spaccano" lo schermo oggi come ieri.

Opere che furono prima del declino della maggior parte dei film mainstream di oggi, diretti da registi videoclippari senza un'anima o un identità cinematografica ben definiti.

Un declino che è in realtà forse più dei produttori che dei registi, basta vedere l'ondata inarrestabile di remake e reboot di film o serie televisive di successo, con film riciclati e spezzettati in serie televisive oppure vecchie serie tv riesumate come film, vedi gli ultimi "A-Team" o "Chips" portati nelle sale.

Un regime produttivo chiaramente vincolato all'opinione online dei social network, anzichè un processo artistico impostato da un regista e uno sceneggiatore; vedi l'ondata di super-eroi arrivata al cinema negli ultimi dieci anni che ultimamente si fondono e rifondono in film "a gruppo" super-eroistico, dagli "Avengers" nel cinema ai "Defenders" prodotti da Netflix.

Produzioni che impostano sui like o le visite a un video trailer i loro processi decisionali, dirottando milioni di dollari per una "Wonder woman" che ha passato il test d'approvazione del pubblico in "Batman vs Superman"; indifferente al fatto di produrre filmetti di poco conto ma ben felici di rimandare decisioni e responsabilità al popolo di Facebook, Twitter o Youtube.

Social network dove la spunta solamente chi martella più forte sulla tastiera notte e giorno, anche se nel pollaio delle opinioni online trovare qualcuno che conosca davvero il mondo del cinema è quanto mai raro, visto la facilità con la quale si grida al capolavoro per l'ultimo film visto la sera prima per poi dimenticarsene dopo una settimana all'uscita del prossimo trailer "attizza hype" del momento.

Ma torniamo giusto per questo articolo indietro nel tempo, all'epoca di registi coraggiosi che amavano sperimentare e mettersi continuamente in discussione, tecnicamente così come per i soggetti e protagonisti dei loro meravigliosi film, mai banali e mai caduti tanto nel dimenticatoio come per tanti (non tutti per fortuna) figli delle ultime generazioni di oggi.


NODO ALLA GOLA (1948 - Alfred Hitchcock)
Quando si parla di Alfred Hitchcock è facile pensare alla parola "suspance", per un regista che ha re-inventato gli standard dei moderni thriller ancora oggi in voga più che mai.

E anche qui ancora una volta il famoso regista inglese/naturalizzato americano sperimenta con la macchina da presa girando un film che voleva essere, nelle intenzioni, un unico piano sequenza.

Intenzioni castrate dalla durata limitata della pellicola nelle cineprese del tempo, ma al quale il grande ovviò "camuffando" genialmente con le sue inquadrature gli stacchi tra gli otto piano sequenza che compongono il film.

Film che comunque non è un mero virtuosismo tecnico fine a sè stesso, ma è anzi un particolarissimo racconto giallo con gli assassini noti fin dal principio che cercano di farla franca per tutta la storia; formula che avrebbe poi fatto la fortuna della serie TV "Il Tenente Colombo" vent'anni più tardi.

Tesissima l'atmosfera durante la quale Farley Granger e John Dall tengono nascosto il cadavere del loro amico dentro un vecchio baule nella stessa stanza dove avviene la stessa cena con i loro amici.

Ma il loro ex-professore interpretato (come al solito alla grande) da James Stewart intuisce che gatta ci cova sotto le allusioni e gli strani discorsi che fanno i 2 studenti; sospettando sempre più fortemente che i due abbiano compiuto un delitto.

Un film dal ritmo incredibile e alcune scene di tensione al cardiopalma, oltre che un atmosfera "tirata" sul filo del sospetto dal principio alla fine.


LA STRADA (1954 - Federico Fellini)
Premio Oscar come Miglior Film Straniero nel 1957, "La strada" è uno dei film più delicati e intimi del cinema del nostro grande Fellini.

La vicenda narra della triste vita infelice del personaggio di Giulietta Masina, "assistente" del rozzo e bruto artista di strada, lo "spezzacatene" Zampanò, interpretato da un grande Anthony Quinn.

Giovane inesperta dall'animo candido e innocentemente attratto dal mondo del circo e delle esibizioni da strada, la povera si ritrova presto schiacciata dalla indifferente brutalità e cinismo del suo padrone.

Incapace di conviverci ma anche incapace di lasciarlo, la ragazza troverà una svolta conoscendo un altro clown acrobata chiamato "Il matto" (Richard Basehart) che per causa sua avrà un duro scontro con Zampanò che finirà per segnare irrimediabilmente la vita dei tre protagonisti.

Un film dove riemerge puro e nudo l'amore di Fellini per il circo, come nella danza marciante del finale di "8 e mezzo" ad esempio; ma anche l'innocenza fanciullesca contrapposta al duro e crudo mondo esterno.

Una differenza di aspettative che non fa che esasperare l'infelicità di "artista" della donna, ridotta a fare l'assistente dello stesso misero numero dello Zampanò ripetuto in eterno, altro motivo poi per il quale è preso in giro dal Matto.

Dopo lo "Sciuscià" di Vittorio De Sica consigliatovi la settimana scorsa, un altro episodio imperdibile del periodo d'oro del Neorealismo italiano; diretto da un altro indiscusso maestro e poeta del cinema che fu.


L'INFERNALE QUINLAN (1958 - Orson Welles)
Fortemente voluto (per non dire imposto) dal protagonista Charlton Heston alla regia, Orson Welles ci regala un noir indimenticabile per scrittura e tecnica, infarcito di inquadrature espressioniste e di piani sequenza curati dalla sua solita maniacale ossessione perfezionista.

La storia dell'attentato omicida al di là del confine è solo l'innesco per portare in scena i due protagonisti, l'incorrutibile Heston contro il corrotto e infido Capitano Quinlan, interpretato dallo stesso Welles.

Un onesto tutore della legge contro l'americano spietato disposto a tutto pur di incastrare il suo sospetto, anche piazzare prove false nella casa di un indagato.

Tutt'altro che macchiette poi le due figure femminili che accompagnano i due uomini.

La giovane sposina Janet Leigh che finirà nel mirino dei criminali come vendetta per il marito; così come la fantastica Marlene Dietrich, per la quale Welles creò da zerò il personaggio di Tanya, ex-amica e fiamma di Quinlan e matrona del bordello dove suona la pianola con il famoso tema portante del film.

Ma è ovviamente il personaggio di Welles a "bucare" letteralmente lo schermo, tanto cinico e disilluso quanto geniale e brillante e rispettato come una leggenda, con la sua gamba ferita che "gli parla" come fosse un estensione fisica del suo sesto senso e intuito da poliziotto.

Corruzione della polizia che quindi è ben peggiore degli stessi delitti dei criminali, non a caso nel finale dopo tutti i magheggi di Quinlan per incolpare il suo uomo questi si scopra colpevole per davvero, ma ormai troppo tardi per salvare l'anima dannata del poliziotto arrivato all'ultimo caso della sua vita.

Un film travagliato nella sua realizzazione, dai ritardi nelle riprese al montaggio finale più volte modificato, tagliato e rimescolato; ciononostante un capolavoro indiscusso che è riuscito ad arrivare ai giorni nostri secondo il volere del suo regista, sopravvivendo al passare dei decenni come uno dei migliori polizieschi noir della storia del cinema.

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