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Catalogna, Puigdemont non convoca le elezioni.
Ancora un rinvio per il presidente della Generalitat, che scarica tutto sul Parlamento.
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Puigdemont avrebbe dovuto parlare oggi al Parlamento catalano radunato eccezionalmente in seduta plenaria alle 13.30. Un discorso che tutta la Spagna attendeva con il fiato sospeso e che avrebbe potuto traghettare la Catalogna verso le elezioni, o addirittura alla proclamazione diretta della Repubblica
A tal proposito i giornali iberici si erano già scatenati nell’individuare la possibile data del voto, il 20 dicembre, primo giorno utile dopo i 54 minimi che la legge impone prima che vengano indette elezioni.

Avrebbe, ho scritto. Già, perche’ il Presidente ha prima rinviato l’atteso intervento, non una ma ben due volte, poi ha deciso di parlare al Palau della Generalitat alle 17.00.

Ne è uscito un discorso piuttosto incerto che non coincide con alcuna azione e riesce a scontentare tutti, a partire da alcuni giovani indipendentisti, perlopiù studenti, che si sono riversati nelle ramblas accusando Puigdemont di aver “tradito la rivoluzione”.

 

“Avrei indetto le elezioni se vi fossero state le garanzie, ma queste garanzie” da parte di Madrid “non ci sono”. Quindi “sarà il Parlamento catalano a decidere se proclamare l’indipendenza”.

Questa la frase chiave pronunciata che da una parte scarica la patata bollente sul suo Parlamento e dall’altra accusa ancora una volta il governo Rajoy reo di “non aver ottenuto una risposta responsabile dal Partito Popolare che ha approfittato delle opzioni sul tavolo per attaccare me, l’autorità catalana e il dialogo”. Molti, in questa frase, hanno letto una malcelata richiesta di dialogo verso il Governo. Richiesta che evidentemente non è stata colta.


Nelle stesse ore, infatti, il Governo stava discutendo in Commissione al Senato l’approvazione dell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, quello che prevede il commissariamento della Catalogna. Un provvedimento estremo che getterà ancora più benzina sul fuoco, ma a questo punto della partita essenziale per il Partito Popolare. La vice premier Soraya Saenz de Santamaria ancora oggi ha scandito che è intenzione dell’esecutivo attivare la procedura per «ristabilire l'esercizio dell'autogoverno catalano in un quadro costituzionale» e «tutelare l'interesse generale della Spagna». E ancora  “Per far fronte a una situazione così straordinariamente grave lo Stato di diritto ha strumenti eccezionali. Ciò che l’articolo 155 prevede non esiste sono in Spagna”.
Rajoy continua a parlare con il contagocce, così come il Re, ma la loro posizione ferma e intransigente è nota a tutti.


La sensazione generale è che il leader dei catalani stia prendendo tempo, in attesa di mosse da Madrid: annunciare le elezioni potrebbe evitare il commissariamento di Barcellona, come auspicato dal Partito Socialista per bocca della deputata Margarita Robles, ma obbligherebbe Puidgemont a rompere con chi vuole l’indipendenza subito, come i Junts pel si, e Oriol Junqueras, presidente dell’Erc, partito di sinistra repubblicana catalana, ha annunciato di volersi dimettere nel caso di elezioni anticipate.

 

Puigdemont si trova tra due fuochi, chi vuole tutto e subito, proclamando la Repubblica, capiti quel che capiti, e chi è più cauto ed è convinto che le cose vadano fatte senza fretta e rispettando le regole che il governo catalano si è dato: qualora queste due spinte spaccassero la fronda indipendentista, sarebbe la fine del sogno Catalano.
C’è poi da considerare che non è scontato come la maggioranza dei catalani sia favorevole alla separazione da Madrid: alcuni sondaggi danno sempre in vantaggio gli unionisti, e la minaccia di varie compagnie e industrie di voler abbandonare la Catalogna in caso di indipendenza spaventa non poco.

Una matassa complicata e difficilissima da districare, specie per chi non aveva considerato l’eventualità di trovarsi in questa situazione, quindi totalmente sprovvisto di piani.
E’ passato quasi un mese dal referendum che aveva l’intenzione di cambiare la Spagna,e per ora tutto è stato cristallizzato: il Paese vive una lunga guerra fredda, in cui ogni giorno sembra quello decisivo salvo poi trasformarsi in un altro nulla di fatto.
Come il discorso di oggi, tanto atteso quanto inutile.



 

    

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