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Si chiama Carolyn, non Morticia!
Andrea Biscàro presenta l’attrice Carolyn Jones
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Questo articolo intende contribuire alla restituzione di quanto, nell’immaginario collettivo, è stato sottratto ad una eccellente attrice del passato.

Carolyn Sue Jones nasce ad Amarillo (Texas) il 28 aprile del 1929. Figlia di Cloe Jeanette Southern, casalinga, e di Julius Alfred Jones, barbiere, ha una sorella più piccola, Bette. Nel 1934 la famiglia si sfalda, il padre se ne va e Cloe, con le figlie, si trasferisce a casa dei suoi genitori, sempre ad Amarillo. Nel ’35 si spostano (nonni inclusi) a Des Moines (Iowa) per far ritorno, nel 1940, ad Amarillo.

Carolyn soffre di una grave forma d’asma. Malgrado ciò, non si lascia abbattere dalla malattia. Ha una carattere reattivo, fantasioso, frequenta la scuola con profitto (l’Amarillo High School), è un’avida lettrice, ama andare al cinema e divora le riviste dedicate alla Mecca del Cinema, Hollywood. Sogna di diventare un’attrice e vorrebbe frequentare la prestigiosa Pasadena Playhouse in California Il sogno si realizza: nel 1947 viene ammessa alla scuola di recitazione. La retta è pagata dal nonno materno. Nel ‘50 completa gli studi. Nel mentre, recita negli spettacoli estivi per fare esperienza e tirar su qualche soldo. Trova il tempo per sposarsi con uno studente, Don Donaldson. Un annetto e la storia naufraga. Diplomata, lavora come rimpiazzo allo storico Players Ring Theatre di Portsmouth, nel New Hampshire.

Prima di diplomarsi compare nella commedia di Tennessee Williams, Summer and Smoke. In quell’occasione viene notata da un talent scout della Paramount. Supera il provino e nel 1952 debutta sul grande schermo in The Turning Point (Furore sulla città), un poliziesco interpretato da William Holden, Edmond O’Brien e Alexis Smith. Lo stesso anno recita in altre due pellicole: Road to Bali, una commedia con Bing Crosby e Bob Hope e Off Limits, con Mickey Rooney e Bob Hope. Ultima arrivata (in un momento di espansione della televisione a discapito del cinema), la Paramount non le rinnova il contratto. Carolyn si avvicina, come tanti altri attori, alla tivù.

Lì trova il lavoro e l’amore. Conosce infatti il giovane Aaron Spelling (1923-2006), che diventerà uno dei più prolifici produttori televisivi statunitensi. Giovane attore e sceneggiatore, Carolyn lo incoraggia a scrivere. Vede in lui più uno scrittore che un attore. Vede giusto. I due convolano a nozze il 10 aprile del 1953.

Un anno, il ‘53, che la vede presente anche al cinema in quattro pellicole. Da menzionare House of Wax (La maschera di cera) film horror in 3D (interpretato dal grande Vincent Price) e The Big Heat (Il grande caldo), un classico del genere noir, regia di Fritz Lang, con Glenn Ford e l’intensa, magnetica Gloria Grahame.

Piccoli ruoli, quelli interpretati da Carolyn Jones, ma ben recensiti dalla critica cinematografica.

La Columbia Pictures la vorrebbe nel cast di From here to eternity (Da qui all’eternità, 1953) di Fred Zinnemann, vincitore di otto premi Oscar. Carolyn è costretta a rinunciare per via dei suoi problemi respiratori. La sua parte va a Donna Reed, che si aggiudica la statuetta come miglior attrice non protagonista.

Parallelamente al grande schermo c’è la tivù, che la impegna – sin dal 1952 – in svariati episodi di importanti situation comedy, soap opera, drama series.

Non sempre i produttori cinematografici sono in grado di sfruttare al meglio le sue indubbie doti, drammatiche e leggere.

Come non ricordarla nella simpatica commedia The Tender Trap (1955), Il fidanzato di tutte, con Frank Sinatra, Debbie Reynolds e due ottimi attori come David Wayne e Celeste Holm.

Una bellezza enigmatica, quella di Carolyn. Un metro e sessantacinque di raggiante sensualità.

In un’intervista rilasciata al Los Angeles Times nel 1964, ricorda che «quando stavo crescendo ero terribilmente magra. La mia postura era pessima. I miei capelli erano così sottili da non tenere i riccioli e soprattutto avevo l’acne».

Per migliorare il suo aspetto interviene sui denti, sul naso e passa da bionda a bruna. Il tutto le giova, esaltando l’innata vivacità dei suoi brillanti occhi blu, per non parlare del sorriso. L’effetto complessivo colpisce e affonda, in un oceano di brio, malinconia, durezza, disillusione e sarcasmo.

La ricordiamo nella pellicola-culto di fantascienza, Invasion of the Body Snatchers (1956), L’invasione degli ultracorpi. Indimenticabile la sua interpretazione dell’esistenzialista in The Bachelor Party (La notte dello scapolo), film drammatico del 1957 con Don Murray, attore e uomo che andrebbe riscoperto. Carolyn – accattivante, misteriosa e sfuggente, il volto incastonato in stupendi capelli corti, neri quanto la notte – è candidata al premio Oscar come migliore attrice non protagonista La sua parte dura pochi minuti… ma che minuti! Famosa la sua battuta: «Dì solo che mi ami, non devi crederci veramente!»

Particolarmente briosa e seducente, con uno sguardo da furetto, nel film A Ticklish Affair (1963), Le astuzie della vedova, con Gig Young e Shirley Jones.

Nel 1958 è la volta di Marjorie Morningstar (Vertigine): per la sua interpretazione vince il Golden Globe Award e il Laurel Award. Sempre il 1958 le regala un’altra soddisfazione professionale, grazie al miglior film interpretato da Elvis Presley, King Creole (La via del male). Carolyn riconferma le sue ottime qualità espressive, malgrado la febbre da cavallo durante le riprese.

Il 1959 la vede impegnata in quattro film. Come sempre, dà ottima prova di sé. Eccellente nella parte di Shirl – ragazza dallo spirito libero – assieme a Frank Sinatra nella commedia di Frank Capra, A Hole in the Head (Un uomo da vendere). Film malinconico. Una pellicola da rivalutare.

Dal 1960 la sua presenza sul grande schermo si dirada sensibilmente (otto interpretazioni in tutto), ma non quella televisiva, inclusi alcuni Tv-movie.

Nel 1964 Carolyn e suo marito Aaron si separano. Quattro anni dopo si unisce in matrimonio col direttore musicale, arrangiatore e insegnante di canto Herbert Greene, vincitore di due Tony Awards, il premio annuale più prestigioso d’America in campo teatrale e musicale. Carolyn si rivolge a Greene per perfezionare la sua voce. Scatta la scintilla, si sposano, vanno a vivere a Palm Spring (sud-est di Los Angeles), divorziano nel ’77. Infine, il 25 settembre del 1982, sposa l’attore Peter Bailey-Britton.


Che altro aggiungere?

Ciò che l’ha sottratta dall’oblio: la Famiglia Addams, un gruppo di personaggi ideati negli anni Trenta dal vignettista Charles Addams (1912-1988) e pubblicati sul periodico The New Yorker. Dagli anni Sessanta in avanti hanno ispirato serie televisive, cartoon, film, persino videogame per non parlare del merchandising.

La famiglia Addams che tutti noi conosciamo è una sitcom del genere “commedia nera”, andata in onda dal 18 settembre 1964 al 9 settembre 1966 sul network statunitense ABC.

Due stagioni, 64 episodi in bianco e nero della durata di circa 25 minuti ciascuno, 33% di share.

In Italia è apparsa per la prima volta nell’aprile del 1966 sul Secondo Programma (come si chiamava allora Rai 2) per poi venir più volte replicata nel corso degli anni sull’emittenza privata.

Superfluo dilungarsi su una sitcom che conoscono anche i sassi.

Gli Addams vivono in una grande villa fatiscente in stile vittoriano, decisamente sinistra.

Geniale mix di macabra ironia, una sigla entrata nella storia, attori perfettamente calati nelle loro parti e lei, Carolyn Jones, nel ruolo di Morticia, madre e moglie a dir poco affascinante. Un’elegante, sensuale, flemmatica dark lady dell’assurdo. Il volto diafano, i lunghissimi capelli neri, il corpo longilineo fasciato da un interminabile abito nero come la pece.

Malgrado il successo strepitoso, la sitcom chiude i battenti dopo due anni.

«Amavo quello spettacolo. – dice in un’intervista rilasciata al giornalista Ray Bennett – Mi è dispiaciuto vederlo sparire. Morticia era il ruolo perfetto per me perché il mio senso dell’umorismo è leggermente eccentrico».


Il dopo-famiglia Addams non è per niente facile per una donna come lei, che considera la recitazione e lo showbiz – il mondo dello spettacolo – la sua vita.

Carolyn Jones e Morticia Addams fanno fatica a separarsi nella mente del pubblico e dei produttori. Al cinema soltanto quattro film: due nel 1969, uno nel ’77 e l’altro nel ’79.

Nel 1967 torna al suo primo amore, il palcoscenico, con The Homecoming, opera teatrale del drammaturgo britannico Harold Pinter.

In tivù le cose vanno decisamente meglio. Il suo ex marito, il produttore televisivo Aaron Spelling, con il quale rimane in buoni rapporti, non l’abbandona, professionalmente parlando.

La troviamo, fra le innumerevoli partecipazioni televisive, in cinque episodi di Batman, nel ruolo di Marsha, Queen of Diamonds; in tre episodi di Wonder Woman come Queen Hippolyta; nella miniserie Roots, Radici. E ancora: in Quincy, The Love Boat, Fantasy Island e, soprattutto, nella prima stagione di Capitol, la storica soap opera andata in onda sulla CBS dal 1982 al 1987. Carolyn interpreta una cattiva di gran classe, la potente Myrna Clegg.

E poi la corsa si interrompe in maniera alquanto brusca: nel 1981 le viene diagnosticato un tumore al colon. Intervento e chemioterapia e tutto sembra risolto. Entra nel cast di Capitol e il maledetto si ripresenta. Nulla da fare. Recita fino alla fine, persino in sedia a rotelle. Si sposa il 25 settembre del 1982 con l’attore Peter Bailey-Britton, suo fidanzato da cinque anni. Entrambi sono consapevoli della fine imminente. Il giorno del matrimonio, Carolyn indossa una cuffietta di pizzo per celare la perdita di capelli dovuta alla chemio.

Se ne va il 3 agosto del 1983, a soli 54 anni.

Se abbiamo amato Morticia – eccome se l’abbiamo amata! – avviciniamoci all’attrice grazie ai film da lei interpretati, alcuni dei quali disponibili in Dvd. Superando il limite imposto dal “personaggio appiccicato addosso”, scopriremo un’attrice completa, arrivando così a riconoscerla col suo vero nome, Carolyn Jones.

Andrea Biscàro

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